Territorio / il quartiere di Piedicastello

Ai piedi della Verruca, alle pendici del Bondone, sulle rive dell’Adige che qui faceva gomito, il sobborgo di Piedicastello, il più antico della città di Trento, vive malinconicamente una vita fatta di suggestivi ricordi.

Ora è un rione urbanisticamente e socialmente disintegrato: il suo dramma si è maturato negli ultimi vent’anni, sotto i nostri occhi.

I “pedecastelòti”, congiunti alla città dal ponte di San Lorenzo che da tempi immemorabili sotto altri nomi ha sempre congiunto le due sponde dell’Adige, sono dei trentini a parte: hanno un volto e una coesione del tutto particolari.

Nella loro umanità così formicolante di zatterieri e contrabbandieri, di traghettatori e lavandaie, di carrettieri e osti, di selciatori e “rodari” dovevano esserci anche dei gran bestemmiatori.
C’è un documento del 1527 che dice: “…statuiamo e ordiniamo che se alcuna persona avrà bestemmiato Iddio e la sua vergine Maria, ovvero i suoi santi e sante, venga condannato in lire 10 di buona moneta, per ogni volta che avrà bestemmiato Iddio o la sua Madre Vergine Maria; ed in lire 7 per ogni volta che avrà bestemmiato li suoi santi e, se non avrà pagato, o non potesse pagare le suddette pene, fra lo spazio di un giorno, per ogni volta che avrà bestemmiato venga tre volte sommerso o soffocato nell’Adige.”

Quando poco più di un secolo fa l’ansa dell’Adige venne tagliata, la città non fu più in angoscia per le periodiche alluvioni; ma Trento perse la sua caratteristica di città fluviale, il corso del fiume si fece più rapido e più freddo, i “matelòti” (che in francese significa mozzi, marinai) non nuotarono più nel fiume tranquillo che scorreva sotto le finestre delle case, gli zatterieri progressivamente scomparvero e Piedicastello perse in parte la sua fisionomia.

Ma rimaneva una sua anima popolana, colorita ed eccentrica, allegra e dolente che si esprimeva ad esempio nelle feste di Sant’Apollinare, di antica tradizione e suggestione. Mentre di la dal ponte la Trento più borghese si divertiva con la festa di San Vigilio, più ricca e più sfarzosa, i “pedecastelòti” esprimevano la loro anima popolare e fluviale con una festa che viveva in gran parte sul fiume: da imbarcazioni sul fiume partivano i “foghi”, mentre un barcone che era una balera, scivolava sull’Adige. Per un soldo vi si poteva accedere ballando al suono di qualche vecchia fisarmonica o mandolino.
La gente intonava canzoni come…

“Sull’Adige d’argento
si specchia un monumento
le lavandere intanto le va a resentar
fuma il Frizzera con fetente ciminiera
e Piedicastello a sera
l’è na gheba tuta nera…”

Nella città prima della Grande Guerra e nel periodo tra le due guerre era molto vivo lo spirito rionale: la gente nasceva, viveva e moriva nel proprio rione. era questa un’identità particolarmente viva in quartieri del centro storico come quelli di San Pietro, di San Martino, delle Androne, della “Portéla” (un quartiere anch’esso con una sua anima fluviale).
ma nessun altro rione della città può, a nostro avviso, vantare una sua specifica identità e coesione come Piedicastello.

Nel quartiere abbondavano le osterie: Trattoria Giudicariese, Trattoria Bersaglio, l’osteria della Nani, l’osteria Tomasi, la Birreria al Croz e la sgnaperia della Mora, dove si beveva solo grappa.

Poi c’erano le botteghe artigiane, le officine che erano molto numerose.
Il rione era un centro di traffici e c’erano tutti i servizi che occorrevano. I Fabbri Baratto. I “rodari” Leonardelli – fabbricavano e aggiustavano carri e ruote.
I Giovannini specializzati in cancellate.
I Tedeschi, falegnami che sapevano fare mobili in legno praticamente indistruttibili e ricercati ancora oggi.

Anche dopo che l’ansa del fiume venne tagliata l’Adige di fronte a Piedicastello fa un leggero gomito. Così il fiume trasportava sabbia che finiva sull’argine proprio sotto il ponte di San Lorenzo. Così i cavatori di sabbia si erano organizzati con dei pontili di legno che scendevano fino all’acqua.

Racconta Bruno Varesco:
“La sabbia era così fine e pregiata che chiamavano quella sponda del fiume “la spiagia de Pedecastèl”. Dai vari quartieri della città le donne mandavano i ragazzi a prendere la sabbia: serviva per pulire le padelle, le stoviglie. I cavatori lavoravano a contratto con le imprese; la sabbia veniva caricata sui carri nelle “bène” (grandi cestoni intrecciati di rami) mettendo sul fondo dei sacchi perché non si spargesse. Ogni “bèna” portava un metro cubo di materiale. Arrivavano i caradori e caricavano. Gli ultimi caradori a mollare furono gli Armani, nel dopoguerra, verso il 1948.”

C’erano poi le popolane rustiche e meravigliose che erano le lavandaie. Non c’erano lavatrici, non c’erano lavanderie e ogni donna si lavava i propri panni facendo la “liscia” ovvero il bucato con la cenere filtrata in grandi pentoloni di acqua bollente. Gli alberghi mandavano i panni a far lavare, così come le famiglie abbienti e i panni sporchi finivano in maggioranza sulle rive dell’Adige, sbattuti e strizzati dalle “lavandere pedecastelòte”. Ognuna aveva un posto sulla riva, sia per poggiare la “banca da lavar” sia per mettere i panni ad asciugare.

Racconta Mario Menestrina:
“Le lavandaie l’inverno usavano la fogara che era un fornello di zinco con un camino per il fumo. Sotto venivano messe le braci per riscaldare l’acqua che serviva a lavare i panni. Lavoravano anche in pieno inverno quando l’Adige portava i “Zèlteni” ossia i pezzi di ghiaccio. Quando avevano le mani violacee per i geloni e i “diaolini” le mettevano sopra il vapore caldo per sgelarle e proseguivano il lavoro. Erano gelosissime del loro posto dove collocavano l’asse per lavare così come del loro spazio per stendere. Solo quando qualcuna si ammalava o moriva si poteva prendere il suo posto. Talvolta scoppiavano liti furibonde per il posto dove stendere.”

Erano queste le popolane e i popolani di Piedicastello, un rione dove l’acqua del fiume arrivava a portare la sabbia per i cavatori, l’acqua per le lavandaie. Portava anche la storia sotto forma di alluvioni, guerre, invasioni, che venivano a sconvolgere la vita di una gente già tanto provata dalla fatica e dalla miseria quotidiana.

Verso il 1938 nacque la RAP. Repubblica Audace di Piedicastello (l’Audace era una società sportiva del rione).
C’era una forte rivalità rionale e proprio sullo spirito di orgoglio di appartenenza a Piedicastello era nata la RAP. Ma, siccome succedeva che i giovani popolani scorrazzavano a pestare gli studenti, i figli dei borghesi, la RAP era tenuta d’occhio dal regime.

I fascisti credevano che la sigla significasse Repubblica Antifascista Piedicastello.
I “pedecastelòti” erano considerati sovversivi e il rione era visto come un covo di “rossi”.

Durante il ventennio fascista Piedicastello fu un covo di “rossi”. Vi aveva un forno Fortunato Pedrolli, comunista, una delle figure più emblematiche dell’antifascismo trentino, un uomo che faceva il pendolare fra il Tribunale speciale, il confino e le galere.
La cellula rossa era frequentata da uomini come il muratore Ferruccio Sandri, il barbiere Omero Righetto. Entravano e uscivano dalle galere, ma non mollarono mai. Finivano col ritrovarsi nel grembo materno di Piedicastello, protetti finché era possibile dalla solidarietà della gente, che sentiva, sapeva che quei sovversivi erano dei loro.

Se manca en palet
o ‘n alberel
l’è sta la RAP
de Pedecastel
cantavano i giovani del rione.

La RAP godette il momento di maggiore fulgore dopo ché nell’autunno del ’43 il sobborgo rimase tagliato fuori dalla città con il ponte distrutto dalle bombe. Allora lo spirito autonomistico si accentuò e la sigla venne a significare Repubblica Autonoma Piedicastello. Continuò a conservare questo spirito negli anni del dopoguerra. Riapparve in un’ultima fiammata negli anni ’70 quando la circonvallazione cominciò a sventrare il quartiere. Ma rivisse a livello di sola scritta. Chissà se a ritracciare quella sigla fu un “vecio” nostalgico o un giovane che si sentiva erede dello spirito originario…

Passarono gli anni. Venne e passò la “guerra fredda”. Poi il dramma. C’era stato il disastro del Vajont e anche a Piedicastello già nel 1962 c’erano stati dei massi che si erano staccati dalla vecchia Verruca, nelle gallerie stradali che portano al monumento a Battisti, interrompendo la strada. I pericoli aumentarono fino a minacciare le abitazioni sottostanti. 130 famiglie dovettero sgomberare. Abitazioni, negozi, botteghe artigianali vennero abbandonate. Così Piedicastello divenne in gran parte un quartiere fantasma.

Agli inizi del 1970 cominciarono i lavori per la strada di circonvallazione della città che sarebbe entrata nel rione passando con una doppia galleria sotto Doss Trento. Cominciarono i lavori, cominciarono gli abbattimenti delle case.
Dai tempi della sua nascita 15 secoli fa mai niente di simile era avvenuto a Piedicastello.
I Pedecastelòti si mossero ma non c’era più lo spirito di altri tempi, il quartiere aveva perso la sua omogeneità, la sua identità socio-culturale, almeno in parte.

Ma ci fu una risposta: fu allora che si costituì un comitato per riorganizzare le feste di Sant’Apollinare. Fu allora che si costituì il comitato di quartiere. Voleva essere un recupero dello spirito popolare, una riaffermazione della propria identità.

Eppure il rione con le sue contraddizioni, con i suoi guasti, con le sue ferite continua a vivere una vita meno alienata qui che altrove. Forse qualcosa nella comunità del quartiere si può ancora recuperare, si può ancora inventare. E’ la speranza della gente di Piedicastello che vuole continuare a vivere all’ombra della Verruca e del Bondone, sulla riva dell’Adige; a vivere con la sua anima inconfondibile che è, allo stesso tempo, rupestre e fluviale.

(testo estratto da GENTE DI QUARTIERE di Renzo Francescotti)