Scuola / Laboratorio professionalizzante

Il progetto "PORTLANDLAB" coinvolge gli attori che hanno finito il corso triennale di recitazione della scuola (o in equivalenza quello di un'altra scuola accreditata) e ha come principale obiettivo quello di accompagnare gli allievi in un percorso di apprendistato dell'arte/mestiere dell'attore: si creeranno dei gruppi strutturati secondo le modalità di lavoro di una compagnia.

Senza tralasciare o dimenticare l'aspetto pedagogico di completamento della formazione, ogni laboratorio avrà come fine la messa in scena di uno spettacolo.

Nel corso dei laboratori ci proponiamo di realizzare uno spettacolo procedendo con modalità di lavoro il più vicine possibile a quelle di una compagnia professionale. Ogni tappa di lavoro è discussa, decisa e concretizzata seguendo logiche non tanto pedagogiche e formative, quanto artistiche e produttive. Per questo viene dedicata grande attenzione alla scelta del testo, che deve corrispondere alle caratteristiche del gruppo e permettere di arrivare alla presentazione di uno spettacolo completo. Le messinscene pongono grande attenzione al lavoro sul personaggio e sulle relazioni, indagate e costruite anche attraverso improvvisazioni degli attori, alla ricerca di un linguaggio visivo e di uno stile di recitazione capace di rendere la profondità, essenzialità ed ironia presenti nel testo.

PROSSIMO LABORATORIO IN PARTENZA

2011/12 - m&m - MERINI/MONROE
progetto curato da Carmen Giordano con il supporto di Sara Rosa Losilla per la preparazione degli attori.

Il progetto è stato proposto dalle nostre tre ex allieve Patrizia Canazza, Sara Slomp e Manuela Broseghini ed è stato preso in gestione dalla nota regista Carmen Giordano interessata sia all'aspetto drammaturgico che quello della messa in scena di queste due icone della cultura mondiale.

A questo si è unita la proposta dell'attrice spagnola Sara Rosa Losilla di curare un periodo "propedeutico" di alta formazione. Ne è venuto fuori un PortlandLab veramente formidabile.

La prima parte del lavoro (da ottobre a gennaio) sarà seguita da Sara Rosa Losilla con il seguente programma

Il rapporto con i registi ( verso un lavoro professionista)

Con esercizi per lavorare su concetti di:
- riscaldamento prima di una prova o un casting professionista, a livello corporeo, apertura emozionale e mentale (concentrazione)
- autoconsapevolezza (ogni attore/atrice deve conoscere dopo questi tre anni le sue necessità, i punti ancora deboli a rinforzare, qualità, vizi acquisiti)
- comunicazione con il/la regista. Rapporto fluido, senza paure, differenza tra un regista e un pedagogo
- simulacro di diveri stili di regia: quando essere un attore esecutore e un attore creativo.

La seconda parte del Plab sarà invece curata da Carmen Giordano che porterà il gruppo fino alla messa in scena dello spettacolo. Debutto previsto per giugno 2012.

Nella proposta alla scuola, Canazza/Slomp/Broseghini scrivono:

Nel fuoco dell'arte abbiamo un amore in comune.
L'incontro della Merini con Marylin sembra nascere da una "sovrapposizione" fra le due figure, all'insegna di una "passione" che, in un profondo e complesso groviglio semantico, comprende sia l'amore sia la sofferenza; è, in altri termini, una "simpatia" che risale in profondità al significato etimologico del termine. Sarà un caso che le prime quattro lettere dei due nomi suonino nell'identico modo (mentre le ultime due sono invertite); ma non è un caso che, a unire queste due esistenze, siano stati un intenso bisogno di amare e tutta la precarietà di un montaliano "male di vivere", penetrato nelle più oscure e insondate regioni della psiche. E allora anche le due "voci", nei versi che la Merini ha dedicato a Marylin, vengono a intrecciarsi e a sovrapporsi, in una sorta di "dialogo interiore" (quasi un ossimoro, voluto, non privo di illustri precedenti letterari) fra Alda e Marylin, così lontane e diverse, eppure così unite e indifese, nella fragilità della malattia, di fronte alle eterne sirene della bellezza, della poesia, dell'amore, in quella inattingibile sfera del mito che inscindibilmente unisce la vita alla morte. È la ricerca del piacere che, leopardianamente, si vuole infinito ma che a ogni passo si scontra con la friabile finitudine del destino umano, con i suoi inganni e le sue disillusioni.

Il primo testo è fatto di nude definizioni, che, reciprocamente implicate nel chiasmo dei primi due versi, liberano la logica del reale (i "pensieri") nel volo delle "farfalle", simbolo nell'antichità dell'anima, centrale nel mito classico di Amore e Psiche ("Psiche ad un tempo, anima e farfalla", scriveva Gozzano nel suo incompiuto poemetto sulle Farfalle); e poi i "sospiri" dell'"amore", insieme la gioia e il dolore, fino a quel "veleno" mortale giocato in antitesi con la dolcezza e la fragranza delle "rose" È il ben noto motivo dell'edonismo rinascimentale, già intriso di tutta la malinconia del carpe diem di fronte al fuggire del tempo, che sembra essere ripreso in questi versi: "Per quali baglior di giovinezza / si è spento il tuo sguardo / d'amore?". Verrebbe da ricordare il celebre "Quant'è bella giovinezza / che si fugge tuttavia", non fosse che il tono leggero e quasi scanzonato di Lorenzo il Magnifico si incupisce qui poi fino a sfiorare oscure dimensioni psicanalitiche (l'"io tornerò bambina", la "culla").

Le contraddizioni dell'esistere, segnate dalle "rose" e dal "veleno", vivono così nello "spazio che divora ogni tempo", irrisolte nell'ondeggiante sospensione fra l'"eterno / firmamento" della "bellezza" e l'"inferno / che nessuno vede", fra la luminosità delle stelle e gli anfratti più bui del sottosuolo. Eros come desiderio di vita e Thanatos come pulsione di morte; entrambi presenti, entrambi inconciliabili, uniti solo nella "pienezza" dei punti più lontani che segnano la vicenda di un individuo, di ogni individuo. Se si ammette che la poesia possa avere un valore universale è solo in quanto riesce a farsi interprete di questo mistero, dell'essere e dell'esistere. La gioia di ciò che è effimero non è separabile dal dolore della sua inevitabile perdita; e tuttavia questa consapevolezza non impedisce di guardare al cielo, nella disperata rassegnazione di una richiesta che non potrà mai essere pienamente esaudita.
Ma c'è anche il destino di una incomunicabilità che fa soffrire, ci sono gli inganni e le menzogne, l'ingiustizia di chi ripaga i doni ricevuti con il disprezzo o la derisione: l'offerta d'amore che riceve in cambio l'offesa del rifiuto, la ferita inferta da tutte le crudeltà e insensibilità del mondo, la lacerazione anche gratuita, lo strappo violento: "È santo chi ama la poesia / e la traduce in forza / come io, come io / ho cercato di / amare l'America / e mi hanno usata / come una // fionda". Chi parla qui è Marylin che, nel denunciare l'ingratitudine di chi ci circonda, sottolinea l'identificazione della "forza" della poesia con quella dell'amore, come segni di un'inevitabile sofferenza ma anche come unica speranza di una possibile salvezza, nei limiti della nostra "condizione umana". Se più netta suona qui la voce di Marilyn, è questa la voce che Alda le ha dato; e se altrove la voce prevalente sembra essere quella della poetessa, più spesso accade che le voci si possano riferire a entrambe, nei momenti della gioia e in quelli della delusione, nell'accensione sensuale del desiderio e nella tristezza elegiaca del rimpianto.

Se Marylin diventa, per la Merini, una creatura dell'anima, diverso – al di là di una comune attrazione per la bellezza – è l'approccio di Rotella all'immaginario del mito, quello che si oggettiva nei manifesti del cinema. E tuttavia in questo confronto, spostato dalla poetessa su un piano più intimamente soggettivo, non mancano elementi di consonanza. Alla frattura psicologico-esistenziale che traspare dai versi corrispondono, al livello delle strutture formali, le rotture sintattiche alla fine del verso: tra l'aggettivo e il sostantivo, tra il soggetto e il verbo ("tu non / crederesti"), ma – soprattutto evidente – tra articolo e sostantivo. Analoga funzione riveste il "vuoto" degli spazi bianchi, che isolano la parola al centro ("ami"), alla fine ("amore") o all'inizio ("culla") del verso, attribuendole una scansione semanticamente rilevante. Ma, si badi, il significato di questa operazione non è assimilabile all'ermetismo ungarettiano, che, in una pura ricerca dell'assoluto, isola "la parola scavata nel silenzio". Il vuoto, lasciando intravedere il mistero che sottende, allude piuttosto alla lacerazione, diventa una sorta di strappo, violento come la "fionda" che suggella il penultimo testo. Mentre l'ultimo ripristina la forma più compatta del testo iniziale, ma la ripropone all'insegna del "sudario", quasi una variante – intrisa di pietas religiosa – di quelle "esequie vive" sul cui "cuscino" la Merini aveva chiuso la poesia "Il grembiule".

 

LABORATORI PASSATI

2010/11 - regista/pedagogo Andrea Brunello
IL PARADISO PERDUTO - John Milton
E' partito a fine 2009 un nuovo progetto di TPLAB, guidato da Andrea Brunello. Il progetto intende mettere in scena uno spettacolo basato sul capolavoro di John Milton: il Paradiso Perduto.
Scopo del laboratorio, oltre alla messa in scena, è quello di fornire le basi professionalizzanti ad un gruppo di ex allievi della scuola e delle altre scuole di teatro che abbiano compiuto un percorso triennale di formazione o che dimostrino una preparazione equivalente.
Debutto previsto per l'autunno 2010.

2009 - regista/pedagogo Andrea Brunello
LA CANTATRICE CALVA - Ionesco

regia di Andrea Brunello
un progetto di Teatri Possibili Trento
Con: Deborah Meneghini, Claudia Carlini, Manuela Broseghini e Giovanni Oieni,
Un teatro dell'assurdo che parla dei giorni nostri con spietata lucidità. Mai come ora il testo di Ionesco si presenta così attuale, così necessario. La nostra messa in scena vuole andare a sviluppare proprio la "necessità" di questo testo: necessità sia per gli attori che per il pubblico. Il testo diventa una presa in giro dei vizi e dei costumi dei giorni nostri, che che mette gli attori stessi di fronte ai loro dubbi e preoccupazioni di cosa vuole dire ogi "essere umani". Questo testo ci porta direttamente dentro "la maledizione di Ionesco", potremmo dire, che vorremmo diventasse fonte di riflessione profonda sia per noi che per il pubblico.
Il progetto ha debuttato il 13 novembre 2009 presso il Teatro Portland!
Scarica qui la locandina dello spettacolo.

2008 - regista/pedagoga Valentina Kastlunger
BARBABLÙ, LA SPERANZA DELLE DONNE di Dea Loher
regia di Valentina Kastlunger
traduzione di Roberta Cortese
un progetto di Teatri Possibili Trento
regia di Valentina Kastlunger
personaggi e interpreti:
Heinrich Blaubart Giovanni Oieni
La cieca Francesca Ruozi
Julia, primo amore Deborah Meneghini
Anna, l’amica Claudia Carlini
Judith, l’insonne Carlotta Mattedi
Tanja, non chiedere all’amore Paola Pedergnana
Eva, la donna con la colt Manuela Broseghini
Christiane, get the kick Daniela Zampogna
In Barbablù - Speranza delle donne di Dea Loher, il mitico personaggio della favola rinasce nei panni di un uomo mediocre che uccide le donne non per crudeltà, come nell’originale, ma per una ragione molto più complicata, ironica ed allo stesso tempo toccante. Heinrich Blaubart è un commesso in un negozio di calzature femminili, senza bisogni e apparentemente senza emozioni. Un giorno incontra una giovane romantica che si innamora di lui “oltre ogni misura” e si toglie la vita in nome di quell'amore. Da quel momento in poi, Heinrich uccide ogni donna che incontra. Velocemente, spassionatamente e senza scalpore. Perché le donne lo strapazzano, toccano le sue emozioni, proiettano su di lui i propri desideri. Solo la settima donna, cieca nella vita e cieca per amore, riuscirà a ribaltare la situazione e liberarsi di lui, uccidendolo. Con un linguaggio spesso comico, essenziale e originalmente poetico Barbablù - Speranza delle donne indaga l’animo umano e ci racconta le inquietudini amorose delle persone comuni, toccandone tutte le sfumature, senza cadere in psicologismi e senza giudicare.