2011/12 - m&m - MERINI/MONROE
progetto curato da Carmen Giordano con il supporto di Sara Rosa Losilla per la preparazione degli attori.
Il progetto è stato proposto dalle nostre tre ex allieve Patrizia Canazza, Sara Slomp e Manuela Broseghini ed è stato preso in gestione dalla nota regista Carmen Giordano interessata sia all'aspetto drammaturgico che quello della messa in scena di queste due icone della cultura mondiale.
A questo si è unita la proposta dell'attrice spagnola Sara Rosa Losilla di curare un periodo "propedeutico" di alta formazione. Ne è venuto fuori un PortlandLab veramente formidabile.
La prima parte del lavoro (da ottobre a gennaio) sarà seguita da Sara Rosa Losilla con il seguente programma
Il rapporto con i registi ( verso un lavoro professionista)
Con esercizi per lavorare su concetti di:
- riscaldamento prima di una prova o un casting professionista, a livello corporeo, apertura emozionale e mentale (concentrazione)
- autoconsapevolezza (ogni attore/atrice deve conoscere dopo questi tre anni le sue necessità, i punti ancora deboli a rinforzare, qualità, vizi acquisiti)
- comunicazione con il/la regista. Rapporto fluido, senza paure, differenza tra un regista e un pedagogo
- simulacro di diveri stili di regia: quando essere un attore esecutore e un attore creativo.
La seconda parte del Plab sarà invece curata da Carmen Giordano che porterà il gruppo fino alla messa in scena dello spettacolo. Debutto previsto per giugno 2012.
Nella proposta alla scuola, Canazza/Slomp/Broseghini scrivono:
Nel fuoco dell'arte abbiamo un amore in comune.
L'incontro della Merini con Marylin sembra nascere da una "sovrapposizione" fra le due figure, all'insegna di una "passione" che, in un profondo e complesso groviglio semantico, comprende sia l'amore sia la sofferenza; è, in altri termini, una "simpatia" che risale in profondità al significato etimologico del termine. Sarà un caso che le prime quattro lettere dei due nomi suonino nell'identico modo (mentre le ultime due sono invertite); ma non è un caso che, a unire queste due esistenze, siano stati un intenso bisogno di amare e tutta la precarietà di un montaliano "male di vivere", penetrato nelle più oscure e insondate regioni della psiche. E allora anche le due "voci", nei versi che la Merini ha dedicato a Marylin, vengono a intrecciarsi e a sovrapporsi, in una sorta di "dialogo interiore" (quasi un ossimoro, voluto, non privo di illustri precedenti letterari) fra Alda e Marylin, così lontane e diverse, eppure così unite e indifese, nella fragilità della malattia, di fronte alle eterne sirene della bellezza, della poesia, dell'amore, in quella inattingibile sfera del mito che inscindibilmente unisce la vita alla morte. È la ricerca del piacere che, leopardianamente, si vuole infinito ma che a ogni passo si scontra con la friabile finitudine del destino umano, con i suoi inganni e le sue disillusioni.
Il primo testo è fatto di nude definizioni, che, reciprocamente implicate nel chiasmo dei primi due versi, liberano la logica del reale (i "pensieri") nel volo delle "farfalle", simbolo nell'antichità dell'anima, centrale nel mito classico di Amore e Psiche ("Psiche ad un tempo, anima e farfalla", scriveva Gozzano nel suo incompiuto poemetto sulle Farfalle); e poi i "sospiri" dell'"amore", insieme la gioia e il dolore, fino a quel "veleno" mortale giocato in antitesi con la dolcezza e la fragranza delle "rose" È il ben noto motivo dell'edonismo rinascimentale, già intriso di tutta la malinconia del carpe diem di fronte al fuggire del tempo, che sembra essere ripreso in questi versi: "Per quali baglior di giovinezza / si è spento il tuo sguardo / d'amore?". Verrebbe da ricordare il celebre "Quant'è bella giovinezza / che si fugge tuttavia", non fosse che il tono leggero e quasi scanzonato di Lorenzo il Magnifico si incupisce qui poi fino a sfiorare oscure dimensioni psicanalitiche (l'"io tornerò bambina", la "culla").
Le contraddizioni dell'esistere, segnate dalle "rose" e dal "veleno", vivono così nello "spazio che divora ogni tempo", irrisolte nell'ondeggiante sospensione fra l'"eterno / firmamento" della "bellezza" e l'"inferno / che nessuno vede", fra la luminosità delle stelle e gli anfratti più bui del sottosuolo. Eros come desiderio di vita e Thanatos come pulsione di morte; entrambi presenti, entrambi inconciliabili, uniti solo nella "pienezza" dei punti più lontani che segnano la vicenda di un individuo, di ogni individuo. Se si ammette che la poesia possa avere un valore universale è solo in quanto riesce a farsi interprete di questo mistero, dell'essere e dell'esistere. La gioia di ciò che è effimero non è separabile dal dolore della sua inevitabile perdita; e tuttavia questa consapevolezza non impedisce di guardare al cielo, nella disperata rassegnazione di una richiesta che non potrà mai essere pienamente esaudita.
Ma c'è anche il destino di una incomunicabilità che fa soffrire, ci sono gli inganni e le menzogne, l'ingiustizia di chi ripaga i doni ricevuti con il disprezzo o la derisione: l'offerta d'amore che riceve in cambio l'offesa del rifiuto, la ferita inferta da tutte le crudeltà e insensibilità del mondo, la lacerazione anche gratuita, lo strappo violento: "È santo chi ama la poesia / e la traduce in forza / come io, come io / ho cercato di / amare l'America / e mi hanno usata / come una // fionda". Chi parla qui è Marylin che, nel denunciare l'ingratitudine di chi ci circonda, sottolinea l'identificazione della "forza" della poesia con quella dell'amore, come segni di un'inevitabile sofferenza ma anche come unica speranza di una possibile salvezza, nei limiti della nostra "condizione umana". Se più netta suona qui la voce di Marilyn, è questa la voce che Alda le ha dato; e se altrove la voce prevalente sembra essere quella della poetessa, più spesso accade che le voci si possano riferire a entrambe, nei momenti della gioia e in quelli della delusione, nell'accensione sensuale del desiderio e nella tristezza elegiaca del rimpianto.
Se Marylin diventa, per la Merini, una creatura dell'anima, diverso – al di là di una comune attrazione per la bellezza – è l'approccio di Rotella all'immaginario del mito, quello che si oggettiva nei manifesti del cinema. E tuttavia in questo confronto, spostato dalla poetessa su un piano più intimamente soggettivo, non mancano elementi di consonanza. Alla frattura psicologico-esistenziale che traspare dai versi corrispondono, al livello delle strutture formali, le rotture sintattiche alla fine del verso: tra l'aggettivo e il sostantivo, tra il soggetto e il verbo ("tu non / crederesti"), ma – soprattutto evidente – tra articolo e sostantivo. Analoga funzione riveste il "vuoto" degli spazi bianchi, che isolano la parola al centro ("ami"), alla fine ("amore") o all'inizio ("culla") del verso, attribuendole una scansione semanticamente rilevante. Ma, si badi, il significato di questa operazione non è assimilabile all'ermetismo ungarettiano, che, in una pura ricerca dell'assoluto, isola "la parola scavata nel silenzio". Il vuoto, lasciando intravedere il mistero che sottende, allude piuttosto alla lacerazione, diventa una sorta di strappo, violento come la "fionda" che suggella il penultimo testo. Mentre l'ultimo ripristina la forma più compatta del testo iniziale, ma la ripropone all'insegna del "sudario", quasi una variante – intrisa di pietas religiosa – di quelle "esequie vive" sul cui "cuscino" la Merini aveva chiuso la poesia "Il grembiule". |